Toru 的个人资料Noruwei no mori... Tokyo...照片日志列表更多 ![]() | 帮助 |
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7月19日 3636 36 sono tanti, comincio a diventare davvero vecchio ... È arrivato il momento giusto per chiudere questo blog, questa parte di me stesso, questa avventura nel mondo di spaces … Vi inviterò personalmente altrove, forse … adieu 7月7日 Capitolo undicesimo, l’ultimo... R. – Ho l’impressione che mi sia rimasto dentro qualcosa. Sarà solo l’impressione? – T. – Dicevi che a te della vita restano solo i ricordi. Saranno quelli – dissi ridendo. Anche lei rise. R. – Non mi dimenticare, eh! – disse. T. – No che non ti dimenticherò. Mai – le assicurai R. – Potrebbe anche succedere che non dovessimo rivederci più. Ma sappi che tu e Naoko sarete sempre dentro di me –
Guardai Reiko negli occhi. Stava piangendo. Impulsivamente la baciai sulla bocca. Le persone che passavano ci guardavano con aria strana, ma io non me ne accorgevo neanche. Eravamo vivi e l’unica cosa a cui dovevamo pensare era continuare a vivere.
- Sii felice – mi disse Reiko al momento di salutarci – Da parte mia ti ho già dato tutti i consigli che potevo darti, perciò non ti dico più niente. Solo di essere felice, anche per Naoko e per me.
Ci stringemmo la mano e ci separammo.
Telefonai a Midori e le dissi: - Voglio vederti. Ho un milione di cose da dirti. Tutte cose di cui devo assolutamente parlarti. Tu sei l’unica cosa che desidero al mondo. Vorrei vederti e parlare con te. Vorrei cominciare tutto dal principio, io e te soli. Midori rimase a lungo in silenzio dall’altro capo della linea. Quel silenzio mi sembrò durare all’infinito, come una pioggia sottile e interminabile che inonda allo stesso tempo tutti i prati della terra. Io rimasi con gli occhi chiusi e la fronte schiacciata contro il vetro, in attesa. Poi finalmente Midori ruppe quel silenzio. - Dove sei sei adesso? – chiese con voce calma. Già, dove ero adesso? Con il
ricevitore in mano alzai lo sguardo e mi guardai intorno dietro i vetri della
cabina. Dove ero adesso? Non sapevo dove fosse quel posto. Non ne avevo la più
pallida idea. Dove diavolo mi trovavo? Quello che vedevo attorno a me era solo
una folla di gente che mi passava accanto diretta chissà dove. Da quel luogo
che non era da nessuna parte rimasi in linea con Midori.
7月5日 Molto più lontano della notte“I ragazzi che si amano si baciano in piedi contro le porte della notte e quelli che passano li segnano a dito, ma i ragazzi che si amano non ci sono per nessuno ed è la loro ombra soltanto che trema nella notte stimolando la rabbia dei passanti, la loro rabbia, il loro disprezzo, le risa, la loro invidia. I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno, essi sono altrove, molto più lontano della notte, molto più in alto del giorno, nell’abbagliante splendore del loro amore.”
Jacques Prèvert
Non so nemmeno se è notte, non so nemmeno se ho dormito un giorno intero o solo pochi minuti. Gira tutto intorno a me e anche dentro sento un mondo attorcigliarsi attorno a non so quale idea o a quale rimasuglio di sogno. Mi illudo che il telefono squilli ancora, non riesco a trovare un motivo per essermi svegliato; mi sembra di non aver mai saputo a quale universo appartengo, di non aver mai capito quale vita stia vivendo. Mi sdraio sul pavimento, gelido come la notte ed il buio, e penso.
Guardo il soffitto e gli affreschi psichedelici lasciati dalla precedente inquilina, credo si chiamasse Kaori o qualcosa di giapponese del genere, mi sarebbe piaciuto conoscerla per chiederle cosa le avesse ispirato tanta confusione. In quelle convulsioni colorate vedo solo confusione, o forse è unicamente lo sconvolgimento che mi porto dentro; si, penso di essere proprio… ma no… magari è tutta un’illusione… o solo una transizione temporanea… chissà, forse tra un po’ mi sveglio e non ricordo nemmeno che cosa ho sognato… forse non ricordo nemmeno il suo nome…
Mi alzo lentamente, mi guardo intorno, trovo il buio e la luce, poca ma intensa che filtra leggera guidando i miei movimenti stentati. Sono al centro di un incubo mal riuscito. In frigo solo un succo d’ananas ed una mezza birra, ma non ho voglia né di bere né di mangiare. Accendo la radio: ronzii vari, pubblicità, musica di tendenza e rumori dell’anima; forse è davvero notte. Mollo tutto, anche me, e decido di uscire: fare un giro mi aiuterà a capire? A capire cosa?
Le luci artificiali segnano il cammino per i viandanti dispersi, i semafori lampeggianti ravvivano l’oscurità. Macchine della polizia e giornalai aperti fino al mattino, rumori di amori contorti nell’oscurità dei portoni, il silenzio di ciò che ci portiamo dentro. Un telefono: mi fermo e le faccio uno squillo, dorme di certo, ma forse mi sente e mi tiene un po’ con se col pensiero, chissà! Ma non ho monete e nemmeno una scheda, il cellulare poi non credo lo prenderei nemmeno se potessi permettermelo, così mi resta il silenzio e la lontana certezza di averla raggiunta lo stesso. Vago, fuori e dentro me.
La città sembra davvero morta, ma forse è solo addormentata e aspetta dietro l’angolo che io le dica qualcosa, che le parli di me, che le parli di lei, che vuoti il sacco come quella volta in cui per sfogarmi scrissi una lunga lettera al mondo, a tutti, su un muro sporco di periferia. Ma mi piace camminare dentro la notte e dentro la città, sembra quasi che i pensieri si disperdano tra gli alberi dei viali, che si fermino sulle macchine parcheggiate, che ululino i loro lamenti dentro gli allarmi antifurto, che non si ricordino più di essere problemi di fronte all’immensità della notte e della città. Poi però arriva il silenzio, tra una folata di vento e l’altra, tra una macchina veloce e una che non rispetta gli stop, tra un’autoradio che vibra al ritmo di un vecchio pezzo dei Clash ed una che si ricorda di essere stata figlia di un tempo che non c’è più con una dolce ballata di Luca Carboni. Sembra essere tutto sospeso tra una vita e l’altra, tra un singhiozzo ed una lacrima, tra un groppo in gola ed un grido violento, tra l’affetto che provo per lei e la difficoltà nel vivere questo rapporto. Così continuo, incapace di contare i pensieri che si affollano ai bordi dei marciapiedi e si moltiplicano come le ombre prodotte dalle luci della notte; vorrei che fosse qui e vorrei poterle dire che la tengo sempre dentro.
Non la vedo da una settimana e dentro me rimbombano le ultime parole che le ho sentito pronunciare: “… non sono pronta… ho paura… non so se sono pronta a ricominciare… non so se sarò ancora capace a provare sentimenti così profondi… non voglio più soffrire… non voglio più attraversare momenti di vuota delusione…”. Così è sparita ed io non ho ancora avuto il coraggio di richiamarla, forse perché non saprei cosa dirle. Non voglio offrirle certezze, non ho certezze da offrirle. Vago dentro la vita alla ricerca della migliore versione di me come dentro questa notte alla ricerca di risposte a domande mai formulate se non dal silenzio e dall’aggrovigliarsi dell’anima. Cosa potrei dunque dirle? Che il passato non può uccidere il futuro, che questa vita è da vivere? Che bisogna trovare la forza o l’incoscienza di guardare molto oltre l’oscurità di questa notte, della notte delle nostre paure? Ma queste cose non dovrei dirle prima a me stesso? Ma perché dobbiamo poi avere paura delle nostre paure? Quando siamo venuti al mondo sapevamo forse quello che ci aspettava? Quando abbiamo iniziato ad amare sapevamo forse che sarebbe andato tutto bene? Era tutto scritto prima e ci limitavamo a recitare un copione? Davvero?
Basta camminare! Mi siedo sulle scalinate di una chiesa, più in là un gruppo di ragazzi fuma, beve e suona la chitarra, potrei unirmi a loro, ma resto con me stesso e con una settimana di suo silenzio. Abituato a vederla giorno dopo giorno, a sentirla almeno una volta al telefono nell’arco di una giornata, abituato a formulare tutti i pensieri con lei come unica destinataria aspettando che tutti gli attimi si riempissero della sua voce brillante e del suo profumo leggero, dei riflessi dei suoi occhialini e dell’ondeggiare dei suoi capelli… abituato a non abituarmi mai a lei e agli sconvolgimenti dentro me solo al vederla… abituato alle sue incertezze e ad suoi ripensamenti, alla sua determinazione e alla cangiante espressione del suo viso, all’intensità molesta dei suoi occhi e al suo sorriso rigenerante… abituato a sperare in me e lei, non posso abituarmi a questa settimana di silenzio e a questa apparente cecità.
Senza lei mi sembra di vagare nel buio, mi sembra di barcollare e mi aggrappo ad una sola certezza: ciò che sento per lei. Mi va di camminare ancora, esploro gli angoli nascosti della città ed i suoi segreti: il miagolare indistinto, le fughe veloci, l’odore aspro, i camion della nettezza urbana e le parole d’amore sussurrate tra un sospiro e l’altro. Mi metto a correre, sfido il tempo, la velocità, il battito del cuore, la forza di gravità e tutto quanto mi viene in mente pur di non farmi mettere all’angolo, stretto in una morsa da pensieri e sensazioni; le voglio bene davvero. Mi fermo senza fiato, senza certezze, privo di identità e cerco relazioni tra l’andare e il tornare, l’essere ed il sembrare, il vivere e l’esistere, il soffrire e l’amare… l’amare… l’amore… o l’amaro che ti resta in bocca… dove sta la verità? Ed esiste davvero la verità? Dove sei? Cosa fai? Magari mi pensi, quasi certamente no… ma sei qua. Sei qui con me in questo semideserto di città, a metà tra il guardare in faccia la realtà ed il proteggersi dentro un universo di sogni. Sogni e illusioni maldestre…
Vorrei che fossi qua e che questa lettera non l’avessi mai scritta; la tengo in tasca per potertela ridare se ti rivedrò. Lo spero… ti inseguo, sai… ti inseguo dappertutto, eppure non ti trovo; sei brava a nasconderti quando vuoi. La città è grande, piena di angoli bui e percorsi alternativi, ma non riesco a credere che un legame si possa spezzare senza lasciare residue possibilità di ulteriori tentativi. Vorrei provare ad amarti, vorrei che me lo concedessi, vorrei che mi lasciassi provare senza dovere avere il dubbio di poter sbagliare. Ed io non voglio sbagliare, ma non voglio neanche dire a priori che sarà tutto facile, bello, veloce, eterno, funzionale, distinto, chiaro, semplice, convergente, benedetto, magicamenteirripetibileedunico e fantasticamentesbaraglianteoltreognipossibilitàdiimmaginazionepreventivata. So solo che sarà… che sarebbe profondo… e che sarebbe da viverlo… Ma tu qui non ci sei ed io non voglio amare la notte come se fossi tu, non voglio abbracciare i pali dei divieti sosta, non voglio tenere la mano alle statue di bronzo, non voglio ascoltare le indecifrabili parole d’amore che sgorgano imperterrite dalle fontane che mi lasciano irretito con i loro zampilli ingovernabili. No, non voglio che non ci sia tu. E non voglio che la notte si fermi qui, senza te.
Proseguo, mi fermo; mi fermo, proseguo. Mi ascolto, mi osservo; mi osservo e mi ascolto, assomiglio a me stesso. Frugo in tasca, trovo la lettera, la rileggo e cerco tra le righe…
“Sabato sera, trascorsa sola nel mio letto a chiedermi perché. La notte fuori viva ed io qui a metà tra un sonno apparente ed una morte riflessa. Perché? … Cerco di riemergere aggrappandomi a qualche parola da spedire a te sapendo che non sarà facile leggere quello che ho da dire… Perché? Mi sento una ragazza fortunata: da sempre ho tutto ciò che voglio, tranne la vita che vorrei. Ciao! Forse avrei dovuto spiegarti perché ti scrivo, salutarti o chiederti come stai, ma iniziare così è stato l’attacco più spontaneo possibile, volevo che capissi la tensione che mi percorre; li senti questi brividi? Non so, non riesco ad emergere dal mio stato di vulnerabilità, di emergenza interiore, nemmeno per confrontarmi con te; forse ho paura che tu non capisca… nemmeno tu. Sto affondando lentamente mentre tutti stanno a galla, sul pelo dell’acqua, con le proprie barchette; ma stasera con una bracciata violenta sto provando a riaffiorare per prendere una boccata d’aria. Così ho preso carta e penna, ma subito l’abisso mi ha rapita. E dunque cosa scriverti? Dirti della mia solitudine interiore? Creare una linea di demarcazione, un confine per separare la nostra amicizia ed i nostri sentimenti? Scriverti che ho sempre paura? Sono stata felice della telefonata dell’altra sera, ti sentivo lontano quando mi accompagnavi in facoltà la mattina e ti osservavo guidare nervosamente il motorino quando mi riportavi alla stazione la sera e ci sedevamo a parlare in attesa del treno: io e te, il mondo e tutto il resto a parte, fuori dalle nostre vite. Ma ultimamente ti perdevi spesso nel silenzio, forse perché non volevi soffocarmi con quello che provavi per me. Così risentirti mi ha fatto molto piacere, come ascoltare una voce amica quando ci perdiamo in una foresta sconosciuta, buia, labirintica; questo non so se basterà per ritrovarci, per ritrovarti, non so, ma può essere un segnale di conforto. Vorrei che tu capissi, che cercassi di capire. Non è facile per me, e mi sono realmente spaventata quando mi hai detto che quello che provavi per me si stava lentamente trasformando in qualcosa di più profondo. Sai quello che mi porto ancora dentro, ho delle scorie pesanti da smaltire e non si tratta di dare tempo al tempo, si tratta solo di trovare il coraggio di guardarsi allo specchio per dire che tutto è finito e che forse è l’ora di ricominciare. E nonostante il fatto che tu dica che io sia molto carina, almeno per te, non mi guardo allo specchio da tempo. Forse ho paura di vedere un’altra me, forse di trovare solo altre inquietudini. Capisci? Così non so cosa farò, ho bisogno di pensare, di capire, di guardarmi dentro. O forse ho solo bisogno di stare sola con me stessa, di non pensare, di non capire, di non guardarmi dentro. Scappare è più facile, capire di essersi innamorati di meno. Mi concentro sullo studio, guardo tutti i telegiornali, leggo gli annunci per un lavoro part-time, ma nonostante tutto sei ancora qui con me: perché? A volte vorrei che non mi avessi mai detto quello che senti per me, a volte vorrei che fosse già tutto vero. Forse sto lottando dentro me stessa, forse ho rinunciato ad amare, forse mi illudo che tu non sia ancora la persona giusta. Eppure domani faccio compio gli anni e vorrei che tu fossi qui con me, a festeggiare anche le mie indecisioni; non una ricorrenza vacua che celebra il disperdersi del tempo, ma il segno di un tempo trascorso insieme, condiviso, fino in fondo. Queste sono le mie contraddizioni e forse è più facile vivere assieme ad esse che prendere una decisione su quello che sento o sulla strada che voglio percorrere... Così devio verso obiettivi più immediati: il prossimo esame, il programma da portare, le domande più frequenti, la scaletta di studio giornaliero, e poi l’estate lontana da tutto e da tutti… chissà, forse anche da te…”
Rimetto la lettera in tasca, non so quanto darei perché tu fossi qui, per farti capire che quello che sento va oltre tutti i limiti e tutte le difficoltà. Ma queste sono solo parole; fino a quando non ci sarà concessa la possibilità di provare, fino a quando non ammetterai a te stessa che l’indicibilità dell’ignoto è più affascinante dei timori che ritornano dal passato… ed io non posso convincerti che questa sia la strada da percorrere… non posso dirti che abbiamo scalato montagne insieme, che abbiamo esplorato profondità, che abbiamo levato il velo a parti intime e segrete di noi stessi come non avevamo fatto mai… non posso dirti che ci sarò per sempre e che ti amo già, che vorrei baciarti, rubarti l’odore, che vorrei scalfire le tue difese, che vorrei tenerti per mano e abbracciarti quando ti invadono i tremori e le paure, non posso… non posso dirti che mi metterò da parte felice ad osservare la tua gaia voglia di vivere a dispetto di tutte le irrequietudini che ti porti dentro, non voglio dirti che sarà come vorrai perché non credo sia giusto rubare anche solo una certezza all’imprevedibilità assoluta di un futuro che sarà figlio solo delle nostre decisioni e dei nostri comportamenti… non voglio e non posso anche perché non sei qui con me mentre ripercorro la via di casa ed attraverso la notte della città e dei miei pensieri.
La chiave nella serratura è una risposta ai problemi della vita: se gira si apre la porta, se non gira resti fuori. La chiave nella serratura di casa mia gira sempre anche se il portone è vecchio e le scale che portano al mio mini-appartamento sono quasi al buio: la chiave gira, uno, due, click, clack, cling, clang; il portone si apre, ma i problemi e i pensieri non restano fuori, me li devo portare dentro. Sull’uscio di casa così siamo una moltitudine e solo sdraiato di nuovo sul pavimento le mille versioni di me tornano dentro e mi lasciano in preda a psichedeliche allucinazioni. E non è solo per gli affreschi del soffitto.
Cosa fare? Forse squilla il telefono. Uno squillo solo. Forse è davvero lei. Ma cosa mi dice che non sto immaginando tutto e che cerco solo una scusa per chiamarla? Stavolta no, stavolta mi allontano da tutto e da tutti, forse anche da me. Non voglio tirare in ballo il passato, non voglio pensare a quanto sono cambiato pur restando me stesso, non voglio ammettere di aver rimesso in gioco tutto quello che sono, non voglio avere nessuna scusa. Sto solo cercando di capire, di andare oltre, molto più lontano della notte. Ed anche se so già che difficilmente troverò in me un silenzio tale da dissimulare tutte le voci, le immagini, i sorrisi, i piccoli universi che me la riaccendono dentro; se davvero non ci sarà futuro per un futuro che vuole esistere, allora imparerò a nascondermi a tutto e a tutti, imparerò a scivolar via affinché nessuno mi possa ritrovare… ma non imparerò mai che non si deve amare, non imparerò mai che non si deve rischiare se non si vuole soffrire, non imparerò mai a dire no ai sentimenti che mi scorrono dentro.
La stanza è invasa dai primi raggi di sole, la sua foto è sulla parete, sopra la scrivania, ed il suo sorriso, malinconico ed irridente allo stesso tempo, annuncia che la notte ed i pensieri se sono andati via insieme. Allora faccio una doccia, mi preparo un caffelatte e prendo le chiavi del motorino: non so se la incontrerò, non so se eviterà di farsi dare un passaggio, ma voglio guardare in faccia la vita e quella che potrebbe essere, prima di doverne scegliere un’altra. A volte, o troppo spesso, tutto dipende da noi. Qui, molto più lontano della notte ... liberamente tratto da Duemilamenoqualcosa (raccolta di racconti) |
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