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日志


5月31日

Giugno

Auguri Dottorè … arrivederci Manù

 

Giugno è arrivato, come sempre, o meglio è qui, dietro l’angolo ed io quasi non me ne ero nemmeno accorto, ma i segnali erano già nell’aria ed allora eccomi qui ad aspettare che arrivi, che mi investa con la sua aria malinconica da spiaggia ancora semideserta, da libro da leggere sotto il sole cocente senza un filo di brezza marina, di pali e di reti non ancora montati e di nessuno che corre, salta, difende ed attacca un pallone colorato … nessuno come in quelle mattine deserte in cui finiva la scuola e noi ci chiedevamo come sarebbe stata l’estate mentre andavamo in giro mezzi assonnati con la bicicletta sul lungomare ad esplorare i lontani echi di un luglio-agosto che sarebbe arrivato e poi finito così in fretta quasi da non accorgercene, così da aspettarli per un intero anno ancora e poi aver ancora timore che tutto finisse in fretta, come i ricordi, i rimpianti e le piccole avventure estive …

Adesso siamo cresciuti però e non ci sono Giulia ed Elisa di Firenze che hanno affittato la cabina in riva al mare, non ci sono le canzoni dei Beatles strimpellate con la chitarra, non ci sono le nostre acrobazie maldestre con un arcaico windsurf e nemmeno i nostri movimenti ancora adolescenti nelle prime notti davanti al fuoco di un falò … già, e non c’è nemmeno Antonio con la sua barca a vela, il suo motorino malandato e noi a cantare una stupida canzone di Sergio Caputo nel tentativo di conoscere le turiste irlandesi o di far disperatamente colpo sulle amiche più grandi di sua sorella ed io stupido a non riuscire ad accorgermi delle attenzioni di sua sorella per me … siamo cresciuti in fretta e non ci sono nemmeno le gambe lunghe ed i seni morbidi di Nina o gli occhi azzurri e l’imperturbabile bellezza di Simona mentre si avvicinava il quarto di secolo e spendevamo le notti in una afosa discoteca in riva al mare certi forse che tutto sarebbe durato poco, come sempre, sicuramente non fino ad adesso come in fondo poi è stato … sono arrivati gli esami e le giornate lontane dal mare di giugno, sono arrivati il lavoro e le nostre storie personali a portarci lontani dalle lunghe distese di sabbia ancora ricoperte di alghe invernali in questo periodo, con il grande chiosco sulla spiaggia ancora deserto e le prime granite gustate dopo il solito improvviso temporale che allagava la strada verso il porticciolo, lo stesso identico temporale che avrebbe chiuso l’estate in un battibaleno dopo la festa del patrono ed i fuochi d’artificio … siamo cresciuti e non c’è nemmeno più il giugno delle decisioni o del ritorno in casa, nemmeno quello dei dubbi se stare ancora insieme, ed io Laura ti ho amato davvero ahimè, o quello dei concerti in riva al fiume al Valentino o dei baci rubati sulla panchina in cima alla collina.

Giugno però è arrivato lo stesso però … eccolo qui, dietro l’angolo, ed allora auguri dottorè che oggi hai realizzato il sogno della tua vita con una laurea che sa anche un po’ forse di rivincita sul mondo e sulle vicissitudini della vita, auguri e complimenti anche se dovrò cercare di interpretare fino in fondo certi segnali … anche se conosco troppo bene la vita per non aver già capito che tu non prenderesti mai un motorino per riuscire a rubare incondizionatamente l’attimo e nuotare libera e felice in un acquario con me … glu glu glu … auguri dottoressa che la vita continui a regalarti la felicità che meriti ed arrivederci Manù: ho provato a sentirti per capire come stavi, per provare a capire cosa si prova a dover voltare necessariamente pagina dopo aver dato tutto, anima e corpo, ad un progetto e a chi ha condiviso un’avventura con te. È vero, fa parte del nostro lavoro, dobbiamo sempre mettere in conto di poter dover cambiare posto, vita e relazioni, ma non è mai nemmeno facile quando abbiamo dato tutto per una causa in cui crediamo. Chissà, tu hai davvero molta più esperienza di me, sicuramente riuscirai a gestire al meglio il tutto, anche questo grande turbinio di emozioni … chissà … ma forse come sempre è colpa di giugno che sta arrivando, del mio ciclo emozionale che fa corto circuito, del fatto che a luglio poi sarò di nuovo più vecchio e del fatto che un giorno sono sicuro di quello che voglio fare ed il giorno dopo vorrei mandare tutto a monte e ricominciare davvero daccapo.

È stato un anno intenso, una stagione agli estremi, sono cresciuto ancora, sono un uomo diverso, plasmato dalle difficoltà e dagli imprevisti, ho dovuto gestire grandi avversità ed ho gioito come un bambino per piccoli successi, forse dovrei ringraziare una piccola stretta cerchia di persone che ha dimostrato di credere in me fino in fondo e che mi ha permesso di tornare a gustare piccole emozioni ed intense soddisfazioni, forse dovrei … anzi, l’ho già fatto, di persona, con la solita lunga serie di parole che hanno nascosto la mia reale indole da inguaribile timido … un orso timido, direi …

Avevo promesso una canzone qui, un’altra, ma me la tengo stretta per me, perché giugno sta arrivando ed ho bisogno di uno scudo protettivo ed una canzone è sempre frutto di nuove emozioni, di sensazioni che non ti fanno pensare al fatto che ormai le tue ferite sono diventate ruvide cicatrici e che il tuo cuore avvolto nel domopack avrebbe bisogno di respirare, che forse sarebbe pure ora di ricominciare a lasciarsi andare, a condividere di nuovo gli stati emozionali dell’esistere e di guardare semplicemente a giugno come ad un mese come tutti gli altri … un lentissimo lungo indeciso fluire verso l’eternità.

5月26日

Raining in baltimore

Stanotte ho solo voglia di una canzone così ...

This circus is falling down on its knees
The big top is crumbling down
It's raining in Baltimore fifty miles east
Where you should be, no one's around
I need a phone call
I need a raincoat
I need a big love
I need a phone call
These train conversations are passing me by
And I don't have nothing to say
You get what you pay for
But I just had no intention of living this way
I need a phone call
I need a plane ride
I need a sunburn
I need a raincoat
And I get no answers
And I don't get no change
It's raining in Baltimore, baby
But everything else is the same
There's things I remember and things I forget
I miss you I guess that I should
Three thousand five hundred miles away
But what would you change if you could?
I need a phone call Maybe I should buy a new car
I can always hear a freight train Baby, if I listen real hard
And I wish, I wish it was a small world
Because I'm lonely for the big towns
I'd like to hear a little guitar
I guess it's time to put the top down
I need a phone call
I need a raincoat
I really need a raincoat
I really really need a rain coat
I really really really need a rain coat
I really need a raincoat

RAINING IN BALTIMORE - COUNTING CROWS
  

5月17日

Malattie ...

Di malattie non dovrei parlare visto che stasera, come ogni settimana o due che torno a casa l’argomento è sempre e solo quello … ma stavolta non voglio parlarvi, parlare a me stesso di problemi di salute, di quelli è già pieno il quotidiano irrisolto divenire di cure provate e soluzioni fallite, ma di quelle malattie che prendono l’anima e lasciano un senso di imprendibile indefessa irraggiungibile indeterminabilità …

A cosa mi riferisco? Io sono uno che vive di passioni, che ha buttato via la sua vita per star dietro alle sue passioni, pur senza riuscire ad eccellere mai, pur stancandosi sempre troppo presto, pur non avendo il giusto carattere per tener duro fino in fondo … Le mie malattie? Prima di tutto le donne … le donne che ho amato, quelle che mi sono state molto accanto senza lasciarsi amare, quelle che non sono riuscito ad amare, quelle che non sono riuscito a sopportare, anche quelle che non sono riuscito a capire … malattia comune, diranno in tanti, mal comune mezzo gaudio, rispondo allora io, ma ognuno ha la sua storia personale, il suo pedigree fatto di cicatrici e di ferite, ognuno è figlio dei momenti che ha condiviso con le donne della sua vita. Stop.

Ma era di un altro tipo di malattia che volevo parlare … e non vi parlerò di musica, di libri, di scrittura, di sogni o di progetti, nemmeno di lavoro o di coca-cola, la mia droga preferita, ma vi parlerò di una sensazione particolarissima, di orgoglio, di febbre, di adrenalina, di un doping costante, infinito, irreversibile. La mia è una malattia rara, ogni tanto cerco di debellarla, ci provo, ma non ci riesco, poi ricado nell’oblio e mi lascio trascinare, poi mi pento e mi allontano, cerco una via di fuga, ci riesco, ma dura poco e sono sempre lì, in piedi, a due centimetri da quella linea bianca, come un condannato che conosce già il suo confine e la sua sentenza: mind the gap …

Ogni tanto ci ricasco, quest’anno ci sono caduto di nuovo, forse non avrei dovuto davvero, ma se esiste un destino, ed io che inseguo scelte su scelte non posso credere che esista, possiamo davvero opporci al suo corso? Chissà … Quando qualche anno fa ho accettato la sfida di Vicenza, con tutti gli annessi e connessi, mi ero ripromesso di non cascarci più, di chiudere una volta per tutte, di appendere come si suol dire le scarpette al chiodo, di buttare via il pennarello e la lavagnetta, di dimenticare in fretta i codici delle statistiche o le chiamate, le scelte, le differenti tipologie e le variegate metodologie. Ma si può combattere contro se stessi? Contro la propria natura … ci pensavo oggi pomeriggio, seduto su una spartana panchina in un umido pomeriggio di primavera accennata, mentre l’estate è già alle porte e l’inverno dopo la pioggia di questi giorni sembra non essere andato del tutto via. Ci pensavo stasera mentre guidavo verso casa e parlavo al telefono ripetendo a me stesso che devo di nuovo cambiar vita, che non mi devo far trascinare di nuovo in questo gioco, che non devo fare prevalere nuovamente la mia malattia.

Sono questi i momenti in cui vado in tilt: il mio stomaco non mi fa dormire da un paio di giorni, ma più che altro è la mia malattia a tormentarmi i pensieri e a non lasciarmi del tutto tranquillo. La stagione non è ancora finita, non del tutto, gli ultimi residui sono i più sofferti perché si deve chiudere affrontando la realtà senza più facili vie d’uscita ed allo stesso tempo si deve riuscire a programmare la prossima senza poter avere certezze immediate, tangibili, senza poter mettere un segno sicuro tra quello che è stato e quello che sarà … questa però è la mia malattia, la mia passione forse più profonda, la mia condanna e devo accettarla come tale, trovando il giusto modo per conviverci, senza buttare oltremodo la mia vita come ho fatto fino ad ora …

Oggi, o meglio ieri visto l’estemporanea ora di questo mio post, ho finito di leggere L’Uccello che Girava le Viti del Mondo … di solito non mi piace dare giudizi sui libri che leggo, mi piace tenermi dentro l’impressione che mi hanno lasciato, come un marchio sulla pelle, sull’anima … forse ha ragione qualcuno, il finale non è così intrigante come l’arguta struttura del plot, forse qualche mistero resta in sospeso, ma l’intreccio della narrazione mi ha preso davvero e ho inseguito una pagina dopo l’altra un’ombra che si muoveva dentro un percorso interiore, una ricerca infinita, forse dentro se stessi, forse dentro la natura delle cose e del mondo, forse dentro l’essenza stessa dell’umanità … il finale sembra quasi sbrigativo, ma non lo liquiderei così banalmente … la verità è che ogni cosa che finisce, nella realtà delle cose, è così rapida ed insipida, veloce e sfuggente, come una lama di coltello che scende in profondità e recide ogni legame con la vita, che non c’è forse bisogno di adornarla con passaggi architettonici o abbellimenti irreali, perché quando tutto finisce, finisce e basta, perché quel che resta dentro è quello che sentiamo, non di certo l’ultima parola dopo più di ottocentotrenta pagine.

Così è … così la mia malattia continua a bruciarmi dentro, così sono indeciso se leggere subito un altro libro di Murakami, Kafka sulla Spiaggia, oppure buttarmi subito sull’ultimo di Richard Mason che ho scovato per caso in uno dei miei blitz atipici nelle librerie dei centri commerciali. Ma si, la vita è così … io vado nei centri commerciali in cerca di libri, il mio amico Ross è già a lavorare in spiaggia dalla mattina presto da una settimana, le ragazze sono sparite ad una ad una in fretta, ognuna con le sue scuse, le sue giustificazioni ed un bagaglio enorme di colpe scaricate sugli altri, intanto Giorgio continua a filosofeggiare sul suo blog e vive una fase poetica idilliaca, mentre le mie piccole donne vivono le loro storie quotidiane fatte di storie lunghe ed avventure, e molto spesso di storie lunghe e avventure insieme, consapevoli forse che la vita è una sola e si è colpevoli se non si riesce a viverla fino in fondo. Qualcuno dice che le caramelle servono ad addolcire la vita, a lenire i nostri dolori, a svelenire la nostra acidità, forse la caramella di ieri sera era un segnale di pace, forse un semplice atto di sfida, ma non mi piacciono le caramelle senza zucchero, io sono uno di quelli che ama farsi male fino in fondo, soprattutto se non si riesce a succhiarne fino in fondo il gusto, il sapore …

Chiedo venia, ma anche questa è una di quelle malattie che prendono l’anima e lasciano un senso di imprendibile indefessa irraggiungibile indeterminabilità …

5月10日

L’uccello che Girava le Viti del Mondo

I giapponesi mi fanno sempre arrabbiare … non c’è una volta che ascoltino, vogliono sempre fare di testa loro, poi si accorgono di aver sbagliato ed allora ti vengono a cercare per provare a rimediare … boh, non so, forse sono un po’ giapponese anche io … in quanto a testa dura non mi batte nessuno …

A proposito di Giappone: sto leggendo L’uccello che Girava le Viti del Mondo di Murakami, mi mancava, ed ho già comprato Kafka sulla Spiaggia … mi sto immergendo di nuovo nella lettura, vorrei che fosse solo un segno importante che mi riaprisse la strada verso la mia idea di libro … ogni tanto la prendo, ogni tanto la lascio … sono fatto così …

L’uccello che Girava le Viti del Mondo è un’opera mastodontica … non immaginavo mi potesse appassionare tanto visto che non amo i libri lunghissimi, ma mi sta prendendo dentro, forse perché è in realtà un viaggio dentro, quasi a ritroso, dentro se stessi, dentro ognuno di noi … perché tutti dentro abbiamo un lato oscuro, perché certamente ognuno di noi ha una parte più debole, meno sicura, più fragile, che tende a nascondere anche a se stesso … ma forse è un po’ tutta la vita che nascondiamo a noi stessi, così possiamo passare oltre, fare finta di niente, sfuggire in qualche modo alla realtà per non esserne del tutto fagocitati …

Non lo so, è un pensiero ricorrente, è un passo necessario …

La stagione è finita, praticamente finita, stiamo già lavorando per la prossima e non ci sono ancora le corrette certezze … non so che farò, non so se resterò qui, non so se alla fine prenderò tutto e scapperò via. Di certo ho bisogno di cambiare vita, di cambiare me stesso, ormai non ne posso più fare a meno, non posso nemmeno nascondere questa parte di me a me stesso …

stasera sono tornato a casa, deserta, vuota come non mai, mentre un gelido vento di primavera, tanto atipico quanto perfetto per questo vuoto, spazza via tutto quello che non serve dalla mia mente. Ci sono problemi da risolvere, con la salute non si scherza, vorrei solo che per la mia famiglia si trovasse una soluzione, per loro e per chi ne è coinvolto ci sarebbe bisogno solo di un po’ di serenità …

detto questo non è ancora giunto il momento per cambiare pagina, ma ho già seminato per poi raccogliere, chissà, prima o poi … ma alla fine cosa devo farne della mia vita? In questa stagione ne ho viste di tutti i colori, me ne hanno attribuite di peggio, ho perso gran parte degli stimoli, ho ritrovato motivazioni nascoste, mi manca solo il fatto di riuscire alla fine di ritrovare me stesso, di scoprire che ne sarà di me …

buonanotte