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日志


4月28日

Non è tempo per noi

Perfetta... me la sono ritrovata qui dal passato, perfetta per me, perfetta per la mia vita ... 

Ci han concesso solo una vita
Soddisfatti o no qua non rimborsano mai
E calendari a chiederci se
stiamo prendendo abbastanza abbastanza
Se per ogni sbaglio avessi mille lire
Che vecchiaia che passerei
Strade troppo strette e diritte
Per chi vuol cambiar rotta oppure sdraiarsi un po'
Che andare va bene pero'
A volte serve un motivo, un motivo
Certi giorni ci chiediamo e' tutto qui?
E la risposta e' sempre si'
Non e' tempo per noi che non ci svegliamo mai
Abbiam sogni pero' troppo grandi e belli sai
Belli o brutti abbiam facce che pero' non cambian mai
Non e' tempo per noi e forse non lo sara' mai
Se un bel giorno passi di qua
lasciati amare e poi scordati svelta di me
che quel giorno e' gia' buono per amare qualchedun'altro
qualche altro
dicono che noi ci stiamo buttando via
ma siam bravi a raccoglierci.
Non e' tempo per noi che non ci adeguiamo mai
Fuorimoda, fuoriposto, insomma sempre fuori dai
Abbiam donne pazienti rassegnate ai nostri guai
Non e' tempo per noi e forse non lo sara' mai
Non e' tempo per noi che non vestiamo come voi
Non ridiamo, non piangiamo, non amiamo come voi
Forse ingenui o testardi
Poco furbi casomai
Non e' tempo per noi e forse non lo sara' mai

4月24日

mi odio

Mi odio ... quanto sono stato stupido ...
adesso che sono stato in grado di fare luce, ad anni di distanza,
solo adesso capisco quanto sono stato stupido ...
stupido a pensare ancora a te, stupido a credere alle tue parole,
stupido a credere fino in fondo nell'amore, stupido a volerti bene
anche quando tutto era finito e mi pregavi di non cancellare noi ...
stupido ad emozionarmi ancora quando ascolto Occhi da orientale ...
Una stupidità assoluta la mia ...
perchè mentre mi pregavi di non allontarti da me ,
già ti avvicinavi frettolosamente ad un altro,
perchè mentre mi allontanavo sempre più da te
tu provavi chissà per quale motivo a trattenermi
mentre allo stesso tempo ti avvicinavi a qualcun altro.
Adesso però tutti i nodi sono venuti al pettine,
per fortuna le mie ferite e le cicatrici mi hanno tenuto lontano da te,
grazie al cielo non ho ceduto ai miei sentimenti
ed alla fine ora posso solo dire che sono stato stupido e cieco,
ma sono riuscito a sopravvivere e a lasciarmi alle spalle una come te.
Stupido da non riuscire ad odiarti,
bravo però ad allontarmi definitivamente da te,
anche se intorno al mio cuore sono rimasti residui di catene
e stavo per sbagliare, per sbagliare ancora una volta.
Mi sono salvato, mi sono salvato in tempo,
ed anche se non ho lacrime e sangue da regalarti,
so bene che non dimenticherò mai questa lezione.

Non sono andato al mercato dei fiori,
non ti ho comprato le rose per il tuo compleanno,
non ti ho mandato i Baci Perugina,
ma soprattutto ho bruciato dentro me
gli ultimi ricordi che avevo di te.


4月21日

Delirio e Sipario

Si è rotto qualcosa, tonfo,

bufere tranquille e lente,

non si paga mai il biglietto

per questi sogni maledetti

che attraversano le veloci

latitudini, longitudinalmente.

Le formule sintetizzano ed

io mi allargo verso il mare

mentre le tempeste del cuore

lasciano che io mi domandi

quale significato in realtà

risponde a questi vasti quesiti.

Le radici legano alla terra

e non si può abbandonare forse

il campo operativo della storia

quando recitare è un po’ fingere

omologandosi ad una comunicazione

che è solo silenzio.

Navigare in mezzo alle parole,

torna la scena e il sipario,

ma si manifestano inconcludenti

gli attimi iracondi a metà

aspettando la fine degli eventi.

Solitaria la via tra i ponti

della città chiudendo le porte

ad un sospettoso divenire

dove la promiscuità è chiara

e vive dentro le tenebre.

Dimentico la parte, illuso

e libero di ballare sopra

i fraintendimenti dell’arte

sotto una pioggia d’estate

ed una ventata di niente.

Ho fatto l’amore con la vita

e ho trovato il giorno stanco

ed ebbro di notte bevuta

prima di andare via, qui,

adesso, mai per sempre.

Il silenzio e la stella

“… Non io tua, non tu mio: dello spazio:

radendo la terra con ali invisibili,

sempre più lievi nell’aria,

sempre più immersi nel cielo

fino a quando la notte ci assuma

ai suoi vasti sepolcri di stelle.”

 

Ada Negri

(Domani)

 

 

 

            Aspettavano una stella, inseguivano una stella nel cielo nuvoloso e torbido di un gennaio di pieno inverno. La cercavano tra il rumore del mare che sbatteva violento alla ricerca di una fine veloce contro gli scogli ormai abituati a spuma e sapore di sale; la cercavano tra i sibili di un vento freddo che irrigidiva i loro pensieri chiusi dentro pesanti cappotti e spostava i capelli di lei regalandole un’immagine vagamente misteriosa.

            Cercavano una stella e rincorrevano un baglior di luna in una notte buia e vuota di parole. La chitarra era rimasta sul sedile posteriore della macchina insieme a trenta o quaranta canzoni e a quei ritornelli che in riva al mare fanno sempre un certo effetto. Ma non era una notte per cantare, per parlare, forse neanche per stare là a pensare guardando il cielo alla ricerca di chissà quale risposta.

            La sabbia umida, le tracce di sparuti gabbiani, la risacca del mare e loro lì, schiena contro schiena, seduti forse a meditare, con lo sguardo a cercare ancora una stella, con il silenzio delle loro parole a colmare il vuoto circostante.

            Lei accese una sigaretta, la fiamma dell’accendino illuminò per un momento la scena: anche i suoi occhi prima di scomparire nel buio sembrarono silenziosi. Lui ruppe l’immobilità della situazione alzandosi e lentamente si indirizzò verso il bagnasciuga: il bavero del cappotto era l’ultima frontiera tra lui e l’impeto del vento. Guardava le onde che andavano a rifiatare sulla spiaggia e pensava a tutte le volte in cui era venuto al mare da solo per ritrovare un po’ di serenità. Quella spiaggia, gli scogli in prossimità della diga, quel cielo adesso vuoto di stelle, erano stati i suoi unici confidenti nei momenti di debolezza, di debolezza e solitudine. Una vecchia canzone di Battisti gli tornò improvvisamente in mente e gli dispiacque non avere la chitarra a portata di mano per poterla strimpellare. La musica, anche e soprattutto la musica, era stata un’ancora di salvezza nei momenti in cui non aveva neanche voglia di pensare.

            No, non è che la sua esistenza fosse così desertamente desolata; forse il suo unico vero grande problema era quello di non saper fare fronte ai cambiamenti. Non sapeva adattarsi alle situazioni della vita. Ma del resto in questo non era brava neanche lei. Nessuno dei due era deciso sul da farsi e questa non era di certo una nuova prospettiva.

            La sigaretta andava spegnendosi lentamente, nonostante tutto le era rimasto un sapore amaro in bocca. Anche lei pensava. Rivisitava il passato, il suo passato più o meno recente. Quello che le aveva dato la vita, quello che non le aveva dato, quello che avrebbe voluto. Contava ad uno ad uno i desideri e poi tornava ai ricordi. Aveva tenuto nella sua memoria solo quelli piacevoli, gli altri li aveva messi da parte, in un luogo nascosto dell’anima, forse per paura che le facessero ancora del male. Guardava al passato con occhi diversi, non voleva forse dimenticare, o più verosimilmente non era sicura che il prossimo futuro le avrebbe riservato emozioni all’altezza di quelle vissute in precedenza. Non era pronta a lasciarsi andare, a respirare solo l’aria che aveva intorno, a gustare solo quel sapore di presente, e questo le danneggiava le poche certezze che si portava dentro.

            Si era seduto vicino al bagnasciuga, la spuma gli corteggiava le scarpe, l’odore del mare d’inverno pizzicava il silenzio dei suoi pensieri. Una macchina a fari spenti sgattaiolava via da una delle stradine che portavano in spiaggia, forse la loro presenza aveva disturbato qualcuno. La loro presenza si fa per dire: al buio e nel silenzio sarebbe stato davvero difficile accorgersi di loro, di loro e delle loro tribolazioni. Ma in quei momenti, proprio quando desiderava stare solo con se stesso, si sentiva osservato da tutti, con mille occhi puntati addosso, e così anche il silenzio e l’oscurità diventavano nemici pressanti.

            Lei accese un’altra sigaretta, non fumava molto di solito, ma l’attesa la snervava. L’attesa di cosa poi? Continuava a guardare il cielo, ma di stelle nessuna traccia, anzi tutto sembrava più buio e per un attimo pensò che stesse piovendo. Dovette ricredersi subito però, quella che le aveva bagnato la guancia non era una goccia di pioggia, ma una lacrima inaspettata. L’unica e la sola di quella notte. Non l’asciugò, la lasciò scorrere lentamente fino al collo, la lasciò morire sulla sciarpa colorata e tirò un’altra boccata, forse meno amara, ma più intensa.

            Si alzò ritardando i movimenti come in una moviola, ascoltava i rumori della città in lontananza coperti dal rigurgito nervoso del mare e camminava cercando di sovrapporre l’impronta del piede sinistro a quella del piede destro e viceversa. Tutto quel silenzio lo opprimeva, tutto quel silenzio di parole lo disorientava. Parlavano molto di solito, parlavano un po’ di tutto, parlavano di se stessi. Lei gli raccontava delle sue incertezze, del suo passato da bambina cattiva, del suo futuro poco chiaro, del suo presente impreciso. Lui le raccontava di quello che si era lasciato alle spalle, di quello che avrebbe voluto realizzare, di quello che non era riuscito a mettere in atto. Storie di sogni infranti e di castelli costruiti su sabbie mobili.

            Il vento sempre più impetuoso spingeva lontano i suoi pensieri, avrebbe avuto voglia di tagliare il silenzio a metà. Avrebbe avuto voglia di tornare un momento da lei… e forse non solo per un momento. Si voltò per cercarla nel buio, il suo profumo dolce misto al fumo e all’odore del mare era l’unico segno della sua presenza. Tornò sui suoi passi, si sedette; ancora schiena contro schiena. Adesso era il presente a dominare la scena, il presente con i suoi risvolti indeterminati.

            Lei spense la sigaretta, sapeva che il fumo gli dava fastidio e non era sua intenzione irritarlo quella notte. Sapeva che in lui c’era una parte di lei, una parte precisa, ben delineata, ma non aveva ancora capito quanto fosse significativa.

Il loro silenzio invadeva adesso lo spazio interiore e penetrava a poco a poco dentro loro una sensazione opprimente. Avevano bisogno di liberarsi di qualche peso di troppo, di qualche dubbio, di molte incertezze. I mutamenti li sorprendevano ad indugiare sulle possibilità di evoluzione delle proprie storie personali e rubavano loro la leggerezza e la rapidità del saper affrontare la vita. I cambiamenti li spiazzavano spesso, quella notte poi in maniera particolare, e non solo perché quella stella tardava da apparire in cielo e le condizioni atmosferiche non promettevano niente di buono.

            Stavolta fu lei ad alzarsi, con un po' di fatica, scrollandosi la sabbia umida dai vestiti. Girava in tondo cercando di eludere la nevrosi dell'incertezza, o puntava solo a non farsi trovare impreparata dall'ennesimo cambiamento.

            Anche lui si alzò in piedi, velocemente, con uno slancio probabilmente dovuto ad un'emozione presa per i capelli prima che scappasse via. Si avvicinò a lei e le cinse la vita appoggiando il mento sulle sue spalle. In un primo momento lei cercò di divincolarsi, non si aspettava quell'improvvisa dimostrazione d'affetto, poi si lasciò andare e finirono per sedersi nuovamente sulla spiaggia. Adesso era lei ad abbracciarlo con una morsa decisa, aveva bisogno di sentire finalmente qualcuno accanto.

            Il vento aumentò la sua intensità, mulinelli di sabbia attraversavano lo spazio aperto della spiaggia, il mare sembrava travolgere tutto in un solo attimo, qualche schizzo arrivava pure fino a loro. Erano sul punto di scappare verso la macchina timorosi che si scatenasse la tempesta e cominciasse a piovere quando la burrasca cessò e tutto intorno un silenzio che non era quello creato da loro in precedenza diventò padrone della scena e del panorama. Era un altro mutamento improvviso.

            Lui le accarezzava i capelli e di tanto in tanto le metteva un dito in bocca tirandolo via prima che lei lo mordesse, era solo un piccolo gioco, forse per ingannare l'apparente tensione del momento. Tutto intorno era meno buio, ma era ancora notte piena. La luna fece capolino finalmente tra le nuvole rischiarando il cielo e la spiaggia ma loro non se ne erano ancora accorti, come sempre impreparati ai cambiamenti.

            Poi le nuvole scivolarono via in una corsia preferenziale del cielo e lasciarono il campo alla luna e a una miriade di stelle brillanti. Restarono stupiti, imbambolati, come al solito senza parole. Eccola la stella: bisognava scegliere solo quale tra le tante...

           

            - Hai visto... non c'era da avere cosi paura. È arrivata anche la stella. È  una notte fortunata!... -

           

            - Forse... vorrei che portasse davvero fortuna... che fosse la mia buona stella... che mi proteggesse... -

           

- Ti proteggerà... e quando non lo farà, ci sarò io vicino a te... forse non avrò i poteri magici di una stella fortunata, ma sono qui... -

 

            - Lo so. È solo che forse non sono pronta... mi suona strano... non fa per me... non mi piace l'idea di sentirmi grande... maggiorenne... Avrei preferito che questo giorno non arrivasse mai... -

           

- Non cambierà molto, non cambierà la tua vita in un giorno, in una notte... Cambierà qualcosa solo per la società, per la tua vita formale, ma tu non potrai cambiare del tutto questa notte... sarà solo un giorno in più... pensa a quanti giorni ancora hai davanti a te... pensa ai giorni e non agli anni e ti sentirai più libera, divincolata dalle catene dell'età... -

           

            - Non mi piacciono i cambiamenti, mi rendono insicura, vorrei poter sempre scappar via, scegliere una soluzione alternativa, un po' come questa notte... Tienimi stretta adesso e aspettiamo che la stella si accorga di me, di noi... -

 

- Hey bambolotta... -

 

            - Si... -

 

            - Lo so che interrompo il silenzio, la stella, i raggi di luna e la fortuna, ma non pensi che abbiamo dimenticato qualcosa?... -

 

            - Cosa?... -

 

            - Devo farti gli auguri, no?... Buon compleanno piccola! E non stare in pena, sono solo diciotto anni!... -

 

            La notte, il vento, il silenzio e la stella; l'armonia disordinata dei cambiamenti trascinò via tutto lasciandoli abbracciati sotto il chiaror di luna, forse ad aspettare il nuovo giorno.


da Duemilamenoqualcosa, raccolta di racconti

a ruota libera

Penso troppo,
sogno troppo,
ho finito di leggere un nuovo libro,
ho terminato di ascoltare me stesso,
vorrei silenzio,
vorrei rumore,
vorrei essere un altro me.

4月9日

Tentativi di ricordi

La bambola appollaiata sulla mensola in legno si accorse, spolverandosi virtualmente la manica destra, che troppi giorni stavano passando, troppo lenti. Il motivo del suo starsene appesa in una vetrina, facile preda di sguardi distratti, non le era mai stato ben chiaro.

Uno degli sguardi distratti era il mio, troppo preso dall’odore di rinchiuso e di anni dimenticati forse in naftalina, colpito dalla luce che filtrava nel buio intenso creando ghirigori e spirali quasi a voler disegnare un’atmosfera lontanamente magica. Quella stanza era diventata per me il simulacro di una vita che non mi apparteneva, di ricordi filtrati dai racconti dei parenti più grandi o da poche sparute e sbiadite foto di un’epoca troppo diversa dalla mia.

La bambola era rimasta lì da allora, da quando la nonna di Daniela la aveva regalata a mia nonna, simbolo forse di un’amicizia tanto intensa quanto rispettosa tra due donne che nella vita avevano forse parlato poco, ma si erano fatte ascoltare tanto. La stanza di mia nonna era rimasta chiusa per troppo tempo, forse aspettava me e le mie esplorazioni curiose alla ricerca di mondi nascosti e di scoperte sensazionali, ma quando avevo trovato quel piccolo mondo antico rinchiuso in pochi metri quadrati non potevo immaginare di certo quanti legami con il presente e con la mia vita personale avrei trovato.

Un fascio di luce irrispettoso si era fermato sulla fronte della bambola, attraversando senza nessun riguardo anni di pulviscolo atmosferico fino ad illuminare i silenzi di troppi anni passati su una mensola di legno di un mobile costruito da mio nonno tassello dopo tassello e regalato alla sua compagna silenziosa affinché conservasse forse le memorie di un legame profondo con la vita. Un fascio di luce che colpì subito la mia attenzione, quasi volesse puntare con decisione sulla bambola con un messaggio recondito che non sapevo interpretare.

Non ne ero certo, ma avevo visto una bambola quasi uguale nel salotto di Daniela, vicino allo stereo, in bella mostra in una vetrina insieme a tante altre bambole di porcellana, eredità di sua nonna, tramandate di madre in figlia con cura e rispetto, ma rifiutate dalla più piccola della generazione forse solo per semplice anticonformismo o per essenziale esplicazione di uno spirito irriverente nel profondo. In quel periodo confuso della mia adolescenza andavo a casa di Daniela ogni pomeriggio con la speranza mal celata che prima o poi lei si sarebbe finalmente o definitivamente innamorata di me, vano desiderio covato sin dai tempi del nostro incontro in prima elementare.

La colpa è sempre dei genitori: il primo giorno di scuola tutti impupettati in grembiuli blu con enormi fiocchi colorati aspettavamo davanti al portone con le rispettive mamme che decisero di affidarci alla maestra lasciandoci mano nella mano. Idea balorda: non so se esiste anche l’impriting amoroso o l’abbaglio permanente di lunga durata, ma fatto sta che da allora il mio piccolo inesperto conturbato ed irrequieto organo vitale (il cuore, il cuore…) si emozionava in maniera terribile quando c’era Daniela nei paragi o a stretto giro di posta. La colpa dunque la avevo originariamente attribuita ai nostri genitori, ma la verità era un’altra e la bambola che tristemente contava lo scorrere del tempo appollaiata sulla mensola di legno ne custodiva da sempre il segreto.

Un segreto a forma di scrigno: un piccolo cofanetto di legno intarsiato su cui era appoggiata la bambola, seduta a gambe conserte, con quel raggio di sole ad indicare la via e forse anche la verità. Uno scrigno pieno di lettere, di pagine ingiallite, di inchiostro e di matita, di parole mai dette, ma lasciate al tempo ed alla memoria, forse proprio a noi …